LAMB OF GOD "Into Oblivion" Art Cruz

Susy Marinelli 09 giu 2026
Pubblicato il 13 marzo 2026, Into Oblivion è il nuovo album dei Lamb Of God, il decimo di una carriera che ha superato ormai il quarto di secolo. Un traguardo che per molti potrebbe significare adagiarsi su formule consolidate, ma che per il quintetto di Richmond rappresenta invece l’occasione di muoversi liberamente, senza dover dimostrare nulla a nessuno. “Questo album ha significato dare spazio alla creatività...” – ha spiegato la metal band – “Distaccarci dai vari impegni, e lasciar fluire liberamente la nostra musica!” E allora via ai dieci brani della tracklist, per un carico di growl, riff taglienti, ritmiche possenti e sonorità compresse, in cui la band mostra muscoli e know-how.

Dalle radici underground di Burn The Priest fino alle nomination ai Grammy e ai milioni di album venduti, il percorso dei Lamb Of God è stato quello di una formazione capace di imporsi nel panorama metal globale senza perdere una certa attitudine schiettamente punk. Into Oblivion nasce esattamente da questa consapevolezza: la libertà di chi ha attraversato cicli, mode e rivoluzioni sonore restando al centro della scena. La band statunitense oggi lavora senza la pressione competitiva degli inizi. Non c’è più l’urgenza di “battere” qualcuno: c’è, ...
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Lamb Of God
Art Cruz
Into Oblivion
piuttosto, la volontà di essere autentici, di inseguire il groove giusto, di lasciare che la musica prenda forma nel suo processo compositivo.

Into Oblivion guarda indietro e avanti allo stesso tempo. Brani come Sepsis e Blunt Force Blues recuperano l’eco della scena di Richmond dei primi anni Novanta, quell’humus locale fatto di sale prove, cantine e band seminali che hanno plasmato il carattere originario del gruppo. Allo stesso tempo, la titletrack proietta il suono verso territori più moderni e aggressivi, riflettendo le tensioni sociali contemporanee e il progressivo sgretolarsi del patto collettivo, tema centrale delle liriche di Randy Blythe, il vocalist dei Lamb Of God.
La lavorazione dell’album conferma un metodo rodato, con un dinamico Josh Wilbur a tirare le fila della produzione: le batterie sono state registrate al The Bakery di Richmond, mentre chitarre e basso hanno preso forma nello studio personale di Morton; le voci, infine, sono state incise al leggendario Total Access di Redondo Beach, tempio storico dell’hardcore americano. Una geografia sonora che tiene insieme radici e visione, tradizione e mestiere.

Sul piano strettamente musicale, Into Oblivion (Nuclear Blast Records) ribadisce il ruolo centrale del groove: è lì che nasce ogni cosa. Ma rispetto agli esordi, la differenza sta nella maturità. La band suona meglio, scrive con maggiore profondità, dosa dinamiche e sfumature con una consapevolezza che solo il tempo può garantire. E se la scena metal di oggi è profondamente segnata dalla tecnologia e da nuove generazioni, i Lamb Of God scelgono di adottarne solo ciò che serve, senza snaturare un linguaggio che affonda le radici nell’impatto fisico dell’amplificatore valvolare, nel dialogo serrato tra le due chitarre, e nel drumming tuonante, capace di marcare a vista tutto e tutti.

Into Oblivion, quindi, non è un tentativo di reinventarsi a tutti i costi, ma piuttosto la dichiarazione di una band che, giunta al decimo capitolo della propria storia, rivendica il diritto di suonare ciò che sente. Senza agenda, senza mode da inseguire. Solo metal, con un groove pesante e inconfondibile, fedele a sé stesso ma capace di parlare al presente.


D. Randall Blythe (vocal) – Mark Morton (guitar) – Willie Adler (guitar) – John Campbell (bass) – Art Cruz (drum) – www.lamb-of-god.com


Classe 1988, statunitense ma di origini messicane, Art Cruz è in tour con i Lamb Of God (LoG) nel 2018 e siede sullo sgabello di Chris Adler in quella che è una delicata fase di transizione della metal band di Richmond (Virginia). Cruz è un batterista dal tocco duro e in possesso di una tecnica raffinata: uno in grado di mostrare i muscoli quando occorre, e di tracciare i suoi disegni ritmici con creatività. Con i LoG mira alla solidità del groove: nessuna impennata fuori posto, ma l’obiettivo di suonare con e per la band, tanto più che conosce a menadito il loro repertorio. In più, con loro si trova caratterialmente in sintonia: insomma, alla fine del tour il posto è suo e con esso la conferma di membro ufficiale della band (2019).


Tra le influenze di Art Cruz vi sono Brad Wilk (Rage Against The Machine), Dave Lombardo [del periodo Slayer], Mike Portnoy [Dream Theater], Chris Adler [Lamb Of God], John Dolmayan [System Of A Down], Chad Smith [Red Hot Chili Peppers], Dave Garibaldi [Tower Of Power], ma anche tutti i percussionisti della Carlos Santana Band, Karl Perazzo e Raul Rekow su tutti.



Ciao Art, bentornato sulle pagine di Drum Club! Naturalmente andiamo a parlare dei Lamb Of God e di Into Oblivion, il vostro decimo album che arriva a quattro anni dal precedente Omens, 2022: ci racconti com’è nato?
Sono stati Mark [Morton] e Willie [Adler] a comporre i brani e devo dire che quando ci siamo ritrovati tutti, il materiale era così intrigante che non abbiamo dovuto lavorare troppo sulle texture: quindi, ciascuno di noi ha potuto elaborare le proprie parti in autonomia, in studi separati. Ho registrato le batterie al The Bakery di Richmond, mentre nello studio di Mark sono state registrate le chitarre e il basso, e le voci al leggendario Total Access di Redondo Beach. Devo dire che sono molto contento di come abbiamo lavorato e del risultato che è venuto fuori alla fine.

Il tema principale di Into Oblivion è la società odierna, con le sue ansie, tragedie e tensioni, ed è stato Randy [Blythe] a restituirle sulla carta, che ne pensi del risultato?
Ritengo che le lyrics di Into Oblivion siano tutte molto dirette. Come dice Randy nei testi, il nostro mondo sta andando verso l’oblio a causa degli esseri umani. Ed è triste. Quel che cerco di fare personalmente, è comportarmi nel modo migliore e, considerando che lavorando incontro parecchie persone, cerco di offrire sorrisi ed energia.

Partiamo dal pezzo che dà il titolo all’album... aggressivo, con la batteria posizionata subito sotto i riflettori.
Io e Josh [Wilbur, il produttore] abbiamo messo giù le parti di batteria ed è stato un lavoro fantastico... l’idea era scrivere parti di batteria importanti tanto quanto un bel riff di chitarra. Quindi lì dentro ho suonato con una configurazione di tamburi e piatti grandiosa, ed in più ho potuto dare sfogo al suono delle percussioni latine che sono parte delle mie origini e che adoro.

Nel disco non mancano certo i brani veloci e Parasocial Christ e St. Catherine’s Wheel, in particolare, spingono ancora di più. Possiamo dire... crazy fast?
Certo, ed è una cosa che mi piace un mondo. Parasocial Christ è un upbeat dalle tinte trash/punk con un bpm velocissimo che ora non lo ricordo nemmeno; la velocità marca a vista anche St. Catherine’s Wheel e la preferisco per la prospettiva globale, della band. Mi piace citare anche El Vacio, che definirei una heavy ballad, quindi non così veloce e mi ha richiesto parecchia disciplina e precisione.

A Thousand Years è l’episodio diciamo classic rock del disco, sei d’accordo?
Sono assolutamente d’accordo. Lo adoro... lo vedo come una sorta di tre pezzi dei Lamb Of God cuciti insieme. Suono rock, stesura semplice e tanto groove. Ecco, direi che questa formula faccia parte dell’attitudine dei LoG. Il metal di oggi punta tanto su strutture complicate ed estreme ed è così anche per noi, ma ogni tanto è fantastico mettere in primo piano il concetto di semplicità.

Devise/Destroy è il brano che chiude l’album, una bufera di riff serrati, cambi di dinamiche e una pulsazione ritmica che martella: insomma, una tensione claustrofobica in costante escalation...
Esattamente, a cominciare dal titolo [Progettare/Distruggere] che si rifà ai temi trattati nel disco. Ci tengo a dire che la successione dei brani è stata curata parecchio e soprattutto Mark [Morton] ha fatto un gran lavoro in tal senso.

Passiamo all’equiment che hai utilizzato per le registrazioni?
Volentieri. Naturalmente ho suonato con la mia Ludwig Classic con i fusti in Oak [quercia]. Doppia cassa, due tom, due floor, rullante Brass Phonic [ottone], pedali Trick Dominator, pelli Evans, bacchette Vic Firth 2B e hardware Gibraltar. Piatti Zildjian, campanaccio e mini-floor Latin Percussion.

Ultima domanda, Art. Sei entrato nei Lamb Of God nel 2019 ereditando lo sgabello di Chris Adler, una sfida non così semplice da gestire: come ci eri riuscito?
Non te lo insegnano a scuola! Emotivamente non è stato semplice, oltretutto ho sempre adorato i LoG e Chris è sempre stato tre le mie influenze. Ho portato semplicemente me stesso nella band, il mio modo di suonare e di essere. Certo, all’inizio il timore di non farcela c’è stato, ma l’onestà di pormi come sono è stata la chiave di tutto. Non sono l’unico a essersi trovato in questo tipo di posizione ma, come si dice in quei casi, “the show must go on!”


EQUIPMENT

Ludwig Classic Oak Series drumkit – Cassa: (2x) 16”x22” – Tom: 8”x12”, 7”x 10” – Floor Tom: (2x) 16”x18”, 16”x16” – Rullante: 6,5”x14” Raw Brass Phonic (ottone) – Pedali: Trick Dominator – Rack/Accessori: Gibraltar – Pelli: Evans, EQ3 Clear/Custom (cassa), Hybrid Coated/500 (rullante), EC2S/Resonant (tom)

Piatti Zildjian – 18” A Custom EFX – 14” A Custom Mastersound HiHat – FX Blast Bell – 9” FX Trash Splash (x2) – 18” A Custom Medium Crash – 19” A Custom Projection Crash – 20” A Custom Crash – 14” A Custom Mastersound HiHat – 21” A Zildjian Mega Bell Ride – 19” A Zildjian Ultra Hammered Chinas – 17” K China (with holes)



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