A venticinque anni dalla nascita della band, i The Black Keys tornano ancora una volta alle origini con Peaches!, secondo album di cover pubblicato nell’arco di appena cinque anni. Un disco che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe rappresentare un ritorno alla terra, al blues viscerale e sporco che aveva reso Dan Auerbach e Patrick Carney una delle realtà più riconoscibili del rock americano contemporaneo. Il problema è che, stavolta, il cuore sembra essersi fermato qualche chilometro prima dello studio.
Fin dagli esordi, i Black Keys hanno costruito il proprio linguaggio musicale saccheggiando con intelligenza il blues del Mississippi, il garage rock e il soul più ruvido. Non lo hanno mai nascosto, anzi: dischi come Chulahoma o Delta Kream funzionavano proprio perché trasformavano la devozione verso artisti come Junior Kimbrough o John Lee Hooker in qualcosa di vivo, personale, quasi necessario. Peaches! invece suona spesso come un esercizio di stile privo di reale urgenza emotiva.
Eppure il contesto da cui nasce il disco avrebbe potuto generare tutt’altro risultato. Dopo la cancellazione del tour nelle arene e l’accoglienza tiepida riservata a No Rain, No Flowers, la band attraversa uno dei momenti più fragili della propria carriera. A questo si aggiunge la malattia e la
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successiva scomparsa di Chuck Auerbach, padre di Dan e figura fondamentale nell’immaginario estetico del gruppo. Registrare vecchi brani blues insieme ad amici musicisti del Mississippi, negli Easy Eye Studios di Nashville, sembrava il modo più naturale per ritrovare sé stessi.
Ma gran parte dell’album resta intrappolata in una strana apatia. Brani come She Does It Right o Who’s Been Foolin’ You procedono con mestiere impeccabile ma senza pericolo, senza tensione, quasi anestetizzati. La produzione restituisce il suono giusto, ma raramente la sensazione giusta. È blues riprodotto con competenza, non vissuto. Quando però i Black Keys smettono di controllarsi, qualcosa finalmente si accende. You Got to Lose ritrova nervo, dinamica e una certa disperazione trattenuta che rende Auerbach credibile come non accadeva da tempo. Ancora meglio il finale affidato a Nobody But You Baby, lunga immersione nel repertorio di Junior Kimbrough dove il duo rallenta tutto fino quasi a sfilacciare il tempo, lasciando emergere malinconia e fragilità autentiche.
Ed è proprio questo il nodo di Peaches!: i The Black Keys continuano a rifugiarsi nelle proprie radici, ma senza ritrovare davvero la scintilla del passato. Il suono c’è, l’urgenza molto meno.