Sono tra i principali rappresentanti statunitensi del nu metal e non sono intenzionati ad abbassare la guardia: i Sevendust pubblicano infatti One, il loro nuovo, graffiante e quindicesimo capitolo discografico.
Sound potente e graffiante, energia da vendere e voglia di continuare con il piede sull’acceleratore, i Sevendust pubblicano One e si preparano a bissare la loro gloria. Nati nel 1994 ad Atlanta, nella Georgia statunitense, nel corso del tempo vendono otto milioni di dischi, si guadagnano nomination come Best Metal Performance e si aggiudicano le classifiche di Billboard e migliaia e migliaia di streaming nel globo.
Fresco di stampa, uscito il 1° maggio 2026 su Napalm Records, One punta sulla coesione della band e dei loro intenti, il trademark che li distingue sin dagli esordi. Riff compatti, ritmiche serrate, batterie tuonanti e una voce potente che non rinuncia alla melodicità, ed in più la produzione del leggendario Michael Baskette che consegna alle dieci tracce un wall-of-sound feroce e compresso.
Oggi i Sevendust sono impegnati nel tour statunitense, noi abbiamo intercettato Morgan Rose e ci siamo fatti raccontare un po’ di cose.
Lajon Witherspoon (vocal) – John Connolly (rhythm guitar) – Vinnie Hornsby (bass) – Morgan Rose (drum) – Clint Lowery
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Ciao Morgan, anzitutto grazie per il tempo che ci dedichi. Siamo qui a parlare di One, l’album dei Sevendust appena uscito, ed ora voi siete impegnati nel tour US. Tu sei il co-fondatore della band, nata nel 1994, ed è giusto dire che ve ne siete sempre infischiati dei trend passeggeri, mantenendo l’imprinting che vi distingue da allora: concordi? Sì, siamo sempre stati, e rimarremmo, nella nostra arena facendo quel che ci viene naturale e mantenendo la spontanea coesione e collaborazione. Per noi tutto si concentra nel songwriting di un album che, inevitabilmente finisce per riflettere il nostro stato d’animo del momento: siamo stati incazzati, più tranquilli o più riflessivi, e credo che il nostro sound si sia ogni volta plasmato di conseguenza... certamente restando ancorati ai paradigmi del nu metal.
A proposito di stati d’animo, le tracce di One sono caratterizzate da aspetti in antitesi, fragilità e forza. A tuo avviso, ce n’è uno che prevale? Come ti dicevo, i nostri brani sono il riflesso di una gran quantità di emozioni diverse. In questo album, ad esempio, abbiamo tirato in ballo i fantasmi che in qualche modo siamo riusciti a superare, la lotta che abbiamo fatto per uscire da situazioni complicate, ma anche un senso di speranza. Quindi, dico che è la positività a prevalere sul tutto.
Sono dieci le tracce del disco, ce n’è una che ti piace in modo particolare? Oddio... è un po’ come chiedere a un padre qual è il suo figlio prediletto, ma se proprio devo scegliere un brano, dico Unbreakable perché ritengo incorpori l’essenza, l’imprinting della nostra band. Un groove proprio alla Sevendust, un gran chorus e anche una certa morbidezza melodica. Un mix di elementi che mi piace parecchio.
Tu e Vinnie Hornsby al basso, siete la sezione ritmica dei Sevendust, decisamente pulsante e coesa: sei contento di tale affiatamento? Certamente. D’altra parte, suoniamo insieme sin dagli inizi e da allora siamo convinti che la sezione ritmica sia l’essenza di una band. Non abbiamo cambiato certo cambiato idea e ritengo che la nostra macchina sia ben oliata e rodata. [sorride soddisfatto]
Batteria acustica e nessun device elettronico per le registrazioni del disco, corretto? Corretto. Un po’ di programming è stato fatto, ma giusto come interventi di supporto. Per il resto, batteria acustica, nessuna drum machine e cose del genere.
A proposito di equipment, che cosa ti sei portato in studio? La mia Pearl Reference. Pearl è la compagnia di cui sono endorser e così anche Sabian riguardo ai piatti, Vater riguardo alle bacchette, Evans per le pelli e Porter&Davies per lo sgabello. Credo di non aver dimenticato nessuno...
Tu sei anche un cantante, hai contribuito in tal senso nelle registrazioni del disco? C’è giusto qualche mio urlo e qualche armonizzazione corale, ma per il resto è Lajon [Witherspoon] ad aver cantato. E anche John [Connolly] ha cantato un brano.
Cambiamo registro, Morgan. Nel 1994 i Sevendust hanno lanciato la 7D Army che doveva essere una fanbase ma che poi è diventata una vera e propria community. Voi siete stati tra i primissimi ad immaginare una cosa del genere... ce ne parli? Guarda, noi non abbiamo mai avuto un grande supporto da parte dell’industria discografica, quindi siamo partiti con poco. All’inizio, soprattutto, abbiamo faticato parecchio per farci conoscere. Pensa che per il primo disco avevamo suonato a New York per 13 date: nella prima avevamo davanti una trentina di persone, ma nella successiva ce n’erano molte di più, per arrivare all’ultima data con circa 400 persone. Nel corso del tempo la community si è ampliata in maniera esponenziale e nutriamo per loro il totale rispetto.
Nel corso del tempo i Sevendust hanno collaborato con parecchie note nu metal band, ad esempio, Deftones e Xzibit. C’è una band con cui oggi vi piacerebbe lavorare? Da sempre ci piacerebbe fare qualcosa con Trent Raznor e i suoi Nine Inch Nails, dunque, speriamo che questa opportunità si presenti prima o poi! In tutti i casi, là fuori ci sono anche un sacco di musicisti con i quali ci piacerebbe lavorare, ad esempio con gli Sleep Token. E per quanto mi riguarda, mi piacerebbe suonare ancora con Chino Moreno [dei Deftones]
Non possiamo non chiederti dei batteristi che sono stati per te un riferimento... Agli inizi seguivo parecchio Terry Bozzio, soprattutto nel suo periodo con Frank Zappa, e fu mi padre a farmelo scoprire! Via via ho scoperto John Bonham, Ginger Baker, Keith Moon, Neal Peart… Negli anni del liceo adoravo Tommy Lee [Motley Crue]. Mi hanno affascinato diversi generi di musica e tantissimi batteristi e, pur se non suono come nessuno di loro, mi sono comunque avvantaggiato della loro influenza.
Per un certo periodo hai fatto parte degli Iron Steel, giusto? E’ stata una cosa di tanti anni. Nel tempo mi sono impegnato anche con altri progetti, tra cui un album solista e oggi una band in cui canto: ci sono Barry Stock dei 3 Days Grace [chitarra] e Shaun Foist dei Breaking Benjamin [batteria], Jason Christopher [basso] che ha suonato con non so quanti artisti Jose Urquiza [voce] dei 3 Years Hollow. E’ un gran bel progetto, abbiamo già registrato un bel po’ di materiale: non abbiamo pubblicato nulla, ma qualcosa bolle sempre in pentola dalle mie parti! [ride]
Non ci hai detto però come si chiama la band... Al momento Table 9 ma, ripeto, nulla è ancora ufficiale. Siamo partiti componendo un bel po’ di brani e visto che ci sono piaciuti e ci siamo divertiti, abbiamo pensato al progetto-band. Vedremo cosa ne verrà fuori.
Chiudiamo con i Sevendust, ora in tour... Lo scorso aprile abbiamo terminato il tour europeo con gli Alter Bridge e adesso stiamo girando da headliner negli Stati Uniti con Atreyu Fire From The Gods e American Adrenaline. Ad agosto ci sarà un’altra leg e poi faremo altre date alle Hawaii, in Europa, Australia, Asia, per un tour che si protenderà nel 2027. Quindi, posso assicurare che i Sevendust saranno molto, molto, impegnati! [ride]
EQUIPMENT Sono diverse le batterie che utilizza Morgan Rose: tutte Pearl Drums. Tra esse, una Maple Reference così configurata: Cassa: 20”x18” – Tom: 8”x8”, 10”x8”, 12”x9” – Floor Tom: 14”x14”, 16”x162, 18”x16” – Rullanti: 14”x5” Reference Brass, Maple 10”x7” – Pedale: Redline Double con trazione a cinghia
Anche i piatti sono numerosi, tutti firmati Sabian. Tra essi, 18” K Dark Medium Thin Crash – 18” A Custom Rezo Crash – 19” A Custom Medium Crash – 21” Z3 Mega Bell Ride – 19” K Custom Hybrid China – 12” e 16” Oriental China Trash – 9,5” Zil-Bel – 8” A Custom Splash
In quanto alle bacchette, Morgan Rose firma con Vater le Alien Freak: “pensate per chi ha una cosa in mente: distruzione!” – ha detto il batterista dei Sevendust – “Tutta la potenza tra le mani, senza compromessi alcuni. Arrivano da un altro pianeta!” Non a caso le ha chiamate Alien...